Permette due domande …

Posso farle due domande sulla sua esperienza nel mondo del sake? E’ più o meno così che è iniziata l’intervista del giornalista, in un pomeriggio diverso come ce ne sono in questo periodo, appoggiati al bancone di un bar in zona gialla a sorseggiare un caffè.

“Il sake giapponese come lo ha conosciuto?” “E sopratutto – aggiunsi io senza che mi fosse chiesto – come mi è venuta in mente questa idea che il sake possa rappresentare una terza via accanto alle infinite varietà di vino e birra? E’ stato un percorso spontaneo e ricco di esperienze: l’ho assaggiato, ho conosciuto le persone che lo producono nelle loro cantine, sono stato loro ospite producendo il sake insieme a loro e una volta tornato in Italia, a conferma che il sake abbia un suo fascino, ho visto comparire una piacevole espressione di sorpresa sui volti di coloro che lo degustano per la prima volta”

NIHONSHU: QUANTI TIPI DI SAKE?

Si fa presto a dire sake…

Approfondimento

A cura di G. Baldini

Oramai cominciamo ad orientarci anche in Italia e a riconoscere le differenti tipologie di sake. E non sorprende più di sentir parlare di junmaishu o di junmai ginjo senza che ti guardino strano o incuriositi (per inciso, la j ha un suono affricato e si pronuncia “giunmai” con la G morbida/dolce e “ghingio” con la G dura e non “gingio”). Il sake giapponese, in realtà, è ricco di varianti che contribuiscono ad allargare gli orizzonti di questo fermentato di riso. Scoprire il sake è ….

Vi racconto la storia della Sekiya Brewery: due cantine nel nome del Sake.

Incontro e intervista con il produttore

Takeshi Sekiya.

Approfondimento

Un articolo che è anche una pagina del diario di viaggio nel mondo del sake. Le impressioni del primo incontro con uno dei più importanti produttori storici del sake giapponese e l’intervista dove è lui stesso a condividere le esperienze che lo hanno portato a diventare il presidente della cantina fondata dalla sua famiglia nel 1864.

Nell’estate 2017 arrivai, anzi, tornai per la seconda volta a Nagoya nella prefettura di Aichi nel centro del Giappone. Da Osaka presi lo Shinkansen, il famoso treno proiettile o bullet train per la velocità che è in grado di raggiungere, in direzione Tokyo.

Sul treno cominciai a leggere in internet alcune notizie sulla prefettura di Aichi. 

Famosa per essere la sede di importanti case automobilistiche ed ingegneristiche aerospaziali, Aichi si presenta con un panorama che inizia sull’oceano Pacifico, per passare dagli altipiani messi a frutto dall’agricoltura fino ad arrivare alle nevose montagne dell’interno. 

Nagoya, città capoluogo della prefettura, si è sviluppata nei secoli grazie alla sua posizione geografica strategica che individua la direttrice che unisce il nord con il sud, Tokyo con Osaka passando da Kyoto.

Oggi Nagoya, forte dei suoi due aeroporti e del porto, è la terza città in ordine di importanza economica e produttiva del Giappone. 

L’infinita libertà di scegliere..il sake!

Mangiatoia o Convivio?

Approfondimento

A cura di G. Passione

Lasciamoci suggestionare per un singolo momento dal pessimismo cosmico di leopardiana memoria e coniughiamolo al valore del pensiero kirkegardiano per scorgere che la differenza tra una mucca in stalla che si nutre e un essere umano che si ciba sta nel piacere della scelta ed il limite nel non appagarla.

Oppure siamo mucche attaccate alla mangiatoia automatica e mangiamo solo quello che ci viene propinato? Il menù che ci viene proposto non delimita forse il nostro raggio d’azione e la nostra libertà al ristorante? Ebbene ampliamolo, abbattiamone le architravi, spostiamone i confini e chiediamo, noi qualcosa che loro potrebbero avere..o meglio che dovrebbero avere nel terzo millennio, se solo volessero assumere una prospettiva di ben altro respiro! 

E infatti la consapevolezza e la piacevolezza, in spirito et corpo, anche a tavola deve poter trovare spazio e le offerte ristorative di questo millennio non possono prescindere da – anzi, devono confrontarsi con – dimensioni quali la globalizzazione, l’ecologia e la libertà di scelta. Quest’ultima anche se non può essere illimitata, vincolata com’è dalle scelte imprenditoriali  ed economiche del ristoratore, che almeno lasci lo spazio di un sospiro ad una certa discrezionalità dell’ospite avventore che così non sarà costretto ad un angolo gastro-economico, quasi fosse in Banca, bensì seduto, come cultore consapevole e piacevole commensale al tavolo di un convivio enogastronomico.

SAKE E MANGA UN FENOMENO CULTURALE

Approfondimento di V. Rosai

Per alcuni è una bizzarra soluzione culturale pop, mentre altri li leggono con la scusa di studiare il giapponese. Ciò che è certo, è che i manga formano un solido ponte con la cultura nipponica e contano tantissimi lettori tra gli occidentali. Basti pensare che secondo una stima di una recente ricerca… (qui aggiungerei dei numeri) Manga è la parola giapponese per indicare il “fumetto”, da cui poi sono tratti gli “anime”, cioè cartoni animati e film d’animazione come “Your Name”, ad esempio, che, tratto dall’omonimo manga, nel 2017 sbancò i botteghini di mezzo mondo come uno dei migliori filmati prodotti nel paese del Sol Levante. 

A differenza dei fumetti ai quali siamo abituati, i manga non si concentrano esclusivamente su epiche battaglie tra il bene e il male o scenari fantascientifici ma, anzi , spesso ci raccontano il quotidiano. I manga ci permettono di approfondire in maniera leggera e piacevole i più disparati argomenti: amori liceali (chi non si ricorda Rossana?), la vita di chef e fornai, giocatori di tennis e pescatori (come l’indimenticabile Sampei). Per questo non c’è da stupirsi se esiste una vasta produzione di manga persino sul sake!  E non vi aspettate di leggere manuali che traboccano di informazioni didascaliche. Teniamo presente che i giapponesi sono maestri della didattica divertente ovvero sono capaci di mostrarvi la fermentazione del riso mentre vi intrattengono in un’appassionante storia familiare o trame da love story. Il tutto accompagnato da dettagli che ci rimandano alla tradizione e al folklore giapponese e che ci fanno sognare ad ogni pagina di partire immediatamente per il Paese del Sol Levante. Il binomio manga & sake si sviluppa negli anni 2000, quando soprattutto il pubblico femminile e le generazioni più giovani giapponesi cominciano a riscoprire questa antica bevanda. Ed è sempre di recente che viene dato nuovo risalto nei titoli dei manga al termine nihonshu, ad indicare nello specifico ciò che noi chiamiamo sake: cioè una bevanda alcolica prodotta in Giappone derivante dal riso.  

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SAKE PHOTO CONTEST 2020

AL VIA LA TERZA EDIZIONE DEL CONCORSO FOTOGRAFICO DEDICATO AL SAKE.

Una collaborazione FIRENZESAKE & APAB, scuola internazionale di fotografia.

Unico nel suo genere in Italia, il Sake photo contest coniuga la professionalità espressa dai giovani neo fotografi della scuola internazionale di fotografia APAB con la tradizione nipponica del sake.

Il concorso fotografico ha lo scopo di sviluppare un lavoro di ricerca e di promozione per perlustrare la percezione del sake da parte degli italiani.

Con quali occhi e disegnando quali prospettive, si guarda al fermentato giapponese nella nostra cultura mediterranea?

Quali sono le occasioni e gli spazi nella vita sociale e nella quotidianità da attribuire al sake?

Quali suggestioni evoca e quali contaminazioni potrebbe suggerire il sake nella mente degli italiani?

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Come si conserva il sake.

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Quanto dura una bottiglia di sake?

Oramai questa sembra la domanda più ricorrente che mi viene posta durante i corsi di formazione sul sake sia dai comuni consumatori che dai ristoratori.

Questa domanda di solito sottointende un delitto che dura da tempo, malcelato e di cui si e’ appena preso consapevolezza: quello di aver lasciata, dimenticata chissà da quanto, una bottiglia – regalata da qualche conoscente e nella maggior parte dei casi molto pregiata e costosa – in un angolo della cucina o del salotto, così come soprammobile accanto al tv o nella vetrinetta.

Diciamolo subito il sake, come qualsiasi fermentato alcolico, offre un certo margine d’azione purchè, ad un certo punto, si accetti l’idea di una sua evoluzione.  Nella situazione ottimale, non plus ultra, il sake andrebbe mantenuto al freddo (5°C) in frigorifero, e al buio, meglio se nella sua scatola o avvolto in un giornale. In queste condizioni controllate, la bottiglia di sake può aspirare a conservarsi per un periodo tra i dodici ed i diciotto mesi rispetto alla data di imbottigliamento riportata sull’etichetta della bottiglia. Questo in linea di massima. Eppure con una certa gradevole evoluzione nel gusto del sake. Chiaro che poi bisogna valutare di volta in volta, ogni tipo specifico di sake, il metodo di produzione e la sua evoluzione fuori dalla cantina (leggi: come è stato importato e mantenuto durante il viaggio e in magazzino). Il sake  pastorizzato, che rappresenta la maggior parte (99%) del sake in circolazione in Italia, ad esempio, offre una più agile conservazione, anche fuori dal frigorifero purchè a temperatura fresca e costante (in una cantinetta, per intenderci, va benissimo), ed in questo non si distanzia molto dal vino. Certo più cura e attenzione vi si dedica, miglior risultato si ottiene.

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Akitora Junmai e Junmai Ginjo

The last but not the least la bottiglia di sake non ha bisogno di microssigenazione e del contatto con il tappo,  va mantenuta in verticale. Quindi in verticale, al buio e al freddo e ..bevuta, non conservata come un cimelio od un soprammobile raro. Oggi buoni sake si possono acquistare anche in Italia e anche a Firenze, non c’è bisogno di aspettare il prossimo viaggio in Giappone.

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E invece quanto dura una bottiglia una volta aperta? Anche qui il margine varia sensibilmente a seconda del tipo di sake. In modo simile a quanto accade ad una bottiglia di vino, il sake comincia a respirare e quindi lentamente a mutare a contatto con l’aria. La risposta didattica riporta ad un periodo di due settimane. Ed è in effetti la risposta onnicomprensiva purché mantenuto in frigorifero e, possibilmente, al buio. Il sake, comunque, anche oltre questo periodo non va a male, solo che risulterà via via scomposto,  sbilanciato o allentato nei suoi aromi e gusti: insomma un sake dimentico delle sue origini.

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Hakuryu Jnumai Daiginjo, Junmai e Tokubetsu Junmai

A onor del vero, entrambe le domande di cui sopra alludono ad una difficoltà che va risolta in via pregiudiziale: come si può gestire quella bottiglia di sake che ho in casa? Bè, la risposta è duplice se vista dal consumatore neofita o da chi opera nel settore della ristorazione

Dal punto di vista del neofita, la preoccupazione su quanto possa durare una bottiglia di sake sottointende al fatto che il sake venga relegato o al fine pasto o ad una portata singola con l’alta probabilità che più della metà della bottiglia rimanga a futura memoria o finisca – che peccato! – come soprammobile. Ed invece, su una proposta di sake potremo costruirci un’architettura che abbia come fondamenta l’aperitivo e come architrave la pasta o un primo di stagione fino sù alla carne o pesce con verdure, per arrivare alla frutta! Il sake a tavola crea armonia ed una situazione sorprendente per gli astanti che, se abbiamo fatto bene le nostre ricerche negli abbinamenti carne/pesce/formaggi, saranno ben lieti di non far vedere l’alba al sake prescelto. Con buona pace e soddisfazione di tutti i presenti, sake incluso.

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Se, invece, la domanda su quanto si mantiene il sake è sollevata dai ristoratori, forse sarebbe il caso di fare un passo indietro e parlare di formazione del personale.

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Che il sake in sala vada proposto e vada suggerito e consigliato, è cosa scontata. Su come vada proposto, suggerito e consigliato non è tanto scontato in quanto prevede una conoscenza che spesso è ancora carente o latente. Peccato. E’ innegabile che attraverso una adeguata proposta del sake nel menu il ristorante guadagna terreno in fatto di stile e suggestioni oltre a riprendere le redini della propria autonomia e creatività. In Italia, negli ultimi anni, abbiamo assistito ad una sempre maggiore diffusione di competenze sul vino, una volta relegate solo agli addetti, ad opera di associazioni di settore che hanno promosso questa formazione ricevendone un buon feedback da utenti che decenni prima mai si sarebbero avvicinati al vino da questo punto di vista “attivo”. Quante volte al ristorante si presentano clienti che già conoscono le peculiarità del vino proposto nel menu? E allora perché non tentare di uscire dalla comfort zone del vino e non proporre un’offerta di sake nel modo giusto ovvero come esperienza alternativa e originale per i clienti abituali o come esperienza di ampio respiro per i nuovi clienti ? E’ chiaro che una qualche obiezione potrebbe essere sollevata dai clienti a meno che l’operatore di sala non mostri – uscendo appunto dal suo seminato – una sua competenza e suggerisca un senso di novità e scoperta nei confronti del sake. A livello di comunicazione si direbbe che l’operatore dovrebbe essere in grado cioè di gestire la facile obiezione relativa alla proposta originale del sake al posto del vino. Eppure questa sarebbe la scelta vincente. Vincerebbe cioè in questa visione un principio di affidamento da parte del cliente nei confronti dell’operatore di sala. Affidamento in cui dovrebbe entrare in gioco una professionalità dell’operatore di sala che, unico competente sul sake, tornerebbe così ad essere protagonista e guida, costruendo quella relazione umana che precede ed è humus essenziale per creare un’atmosfera positiva intorno al cibo oltre che una esperienza unica, professionale e originale nella memoria dei propri ospiti.

Il sake potrebbe rappresentare un’opportunità di autentico contatto e comunicazione tra l’operatore di sala ed il suo ospite, ma anche un momento di vera scoperta per quest’ultimo. Attraverso il sake si porta in tavola l’estremo oriente, la storia globale, i ricordi di un viaggio, le suggestioni di umami e le tradizioni locali. Attraverso il sake si valorizzano le materie prime italiane che ben si abbinano con questo fermentato. Attraverso il sake, infine, si potrebbe fondare un rapporto umano ed un buon ricordo che è importante creare intorno all’esperienza che si vive nei ristoranti. Il sake può ben aspirare ad essere un buon alleato di chi opera in sala laddove supportato dalla voglia di sorprendere e di voler comunicare oltre che dalla  curiosità di acquisire una competenza  nuova in uno dei corsi oggi disponibili anche in Italia. WSET docet.

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COME SCEGLIERE IL SAKE? *SECONDA PARTE*

GUIDA SERIA, MA NON TROPPO, AL SAKE GIAPPONESE: SUGGERIMENTI PRATICI PER UNA SCELTA RAGIONATA.

Approfondimento
A cura di G. Passione

Nella prima parte abbiamo già verificato come più che parlare di gusto del sake si debba prendere in considerazione il concetto di una moltitudine di gusti che i sake possono esprimere a seconda della creatività espressa dai produttori o piuttosto dalla tipicità geografica di cui il sake si fa emblema. Come fare a scegliere un sake sullo scaffale o dalla selezione di Firenzesake? Il prezzo certo è indicativo, eppure ci piace pensare che vi siano altri e più importanti criteri che possano guidare in una scelta più consapevole e ragionata. Vediamoli.

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LA STORIA DEL SAKE.

PARTE PRIMA: LE ORIGINI DEL SAKE.
Approfondimento
A cura di G.Baldini

La lunga storia del sake giapponese vanta origini secolari, anzi millenarie. Il sake giapponese come lo conosciamo oggi è il frutto di una storia che procede a tappe e disegna una evoluzione che porta alla bevanda fine e raffinata che viene riconosciuta come uno dei migliori fermentati contemporanei per tradizione, stile e qualità. Qui di seguito vediamo come il processo di produzione del sake sia stato nella storia il frutto di una sinergia e comparazione culturale con le nazioni del continente, ma anche di una progressiva conquista di cognizioni culturali e gastronomiche originali e proprie dei giapponesi nei metodi di trasformazione delle materie prime alimentari. L’evoluzione del sake segna in un certo senso il ritmo dell’acquisizione di una competenza specifica nei processi fermentativi nella tradizione gastronomica nipponica.

...CONTINUA…

Botti di nihonshu omaggio delle cantine al Tempio.
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