Moromi e Sandan Jikomi.

Moromi.

Moromi.

Allora, e ricapitolando, se fossimo in Giappone all’interno della nostra cantina e ci stessimo adoperando per preparare il nihonshu, adesso dovremo decidere quali dei due procedimenti scegliere se il sokujo-kei shubo o il kimoto-kei shubo per formare la nostra madre del sake. Nel sokujo-kei, nel primo giorno di lavorazione, il tank di medie dimensioni sarà riempito per tre quarti d’acqua sorgiva e vi introdurremo prima gli acidi lattici preparati industrialmente, poi il kome koji ed una parte di kakemai (riso cotto a vapore) ed infine i lieviti. Poi manterremo la shubo intorno ai 20° per facilitare al saccarificazione del riso e quindi  il lavoro dei lieviti che si propagheranno consumando gli zuccheri e trasformandoli in alcol ed anidride carbonica. Questo processo è seguito nella produzione del 90% del nihonshu. La formazione della shubo si protrae per circa due settimane e porterà  – a produzione  ultimata – ad un nihonshu in linea di massima più light e dai sapori più morbidi. Nel kimoto-kei shubo, viceversa, nel primo giorno di lavorazione, nel tank di medie dimensioni verranno introdotti tre quarti di acqua sorgiva, riso cotto a vapore (kakemai) e poi il kome koji. Questo mix verrà lasciato “riposare” ad una temperatura di circa 5°C e continuamente monitorato  per una settimana in modo tale da formare naturalmente quegli acidi lattici che nel sokujo-kei shubo vengono invece prefabbricati. Vengono, poi, introdotti i lieviti e lasciati lavorare per le successive tre settimane fino a completa maturazione della shubo. E, a seconda che si segua la scuola della yamahaoroshi o della yamahai, potremo avere una lavorazione o meno anche della shubo in via di formazione. Il nihoshu prodotto in questo modo sarà caratterizzato da una maggiore complessità negli aromi, struttura e corpo.

La shubo rappresenta il 6% del moromi.

La shubo nel tank. La shubo rappresenta il 6% del moromi.

A questo punto la shubo è pronta per la fase successiva dove con i dovuti accorgimenti verrà nutrita e sprigionerà quella energia necessaria per arrivare al nihonshu. La shubo viene trasferita in un tank più grande dove avrà luogo la vera fermentazione. In effetti, da ora in poi si andrà a comporre quel quadro che ci permetterà di comprendere la ragione per cui si parla di “fermentazione multipla e parallela”. La shubo viene dapprima versata in un tank di grandi dimensioni a cui poi viene aggiunta acqua,il komekoji e altro kakemai. Da ora in poi la shubo verrà in un certo senso “nutrita” per andare a creare quello che viene definito moromi. Si accede così a quel processo di lavorazione definito Sandan Jikomi, seguito fin dal periodo Edo, in cui per quattro giorni consecutivi vengono miscelati gli ingredienti per ottenere il sake. Vediamo in estrema sintesi di che cosa si tratta. Dunque, nel primo giorno viene versato in un grande tank di acciaio il 20% del totale di komekoji, kakemai e acqua che si aggiungono alla shubo. Quest’ultima rappresenterà alla fine solo il 6% del moromi, ma anche la parte più attiva. Questo passaggio viene chiamato Hatsuzoe. Il secondo giorno (Odori) si lascia che i lieviti si diffondano e comincino a moltiplicarsi. Il terzo (Nakazoe) ed il quarto (Tomozoe) giorno vengono aggiunti progressivamente altro riso (sia komekoji che kakemai) ed acqua, rispettivamente il 30% prima ed il restante 44% dopo, del totale del moromi. Dal quinto giorno alle successive tre o quattro settimane si innesca quella naturale catena di montaggio che porta a parlare di fermentazione multipla e parallela. Nel moromi, infatti, hanno luogo numerosi processi microbiologici che porteranno da una parte alla continua saccarificazione degli amidi del riso, e, dall’altra, alla naturale trasformazione degli zuccheri in alcol da parte dei diversi lieviti. Nella grande tank che contiene il moromi, la natura segue dunque il suo decorso in un ritmo cadenzato e preciso. A partire dal quinto giorno fino alle successive quattro settimane il moromi viene costantemente monitorato dalla mattina alla sera per evitare che la temperatura, a causa del lavoro dei lieviti o dell’ambiente esterno, diventi troppo elevata. Proprio per questa ragione i tank che contengono i diversi moromi sono sempre dotati su tutta la superficie esterna di un sistema di micro tubi in cui far scorrere acqua fredda nel momento in cui ci sia la necessità di abbassare la temperatura della fermentazione in atto. Come si può facilmente immaginare, la temperatura è importante perché se troppo elevata causerebbe la morte dei lieviti e quindi il blocco della fermentazione ed il fermo della produzione.

Nakazoe. (courtesy of Mosuizumi)

Nakazoe. (courtesy of Mosuizumi)

Le fonti. Breve panoramica sul sake giapponese nel mondo virtuale.

Kikichoko.

Kikichoko.

Quando tre anni fa decisi di voler approfondire la mia conoscenza sul sake giapponese, propriamente detto nihonshu, mi rivolsi al mezzo che ancor oggi risulta essere il primo canale di informazione mediatica: internet. Cominciai, quindi, da autodidatta, a reperire ogni informazione utile e ad organizzare le fonti suddividendole in: siti istituzionali, siti di appassionati cultori del nihonshu e profondi conoscitori della sua tradizione; siti di commercio elettronico; ed infine, siti dei produttori. D’altro canto, il grande interesse che stava – allora come oggi – sollevando il sake giapponese nel mondo e la conseguente ampia diffusione degli ultimi decenni, ha fatto sì che le fonti inizialmente in sola lingua giapponese, si moltiplicassero in lingua inglese facilitando il compito di chi, come il sottoscritto, era alle prese con un proprio percorso di apprendimento. Tanto per avere un’idea di quello di cui sto parlando, basti pensare che dai dati a nostra disposizione ad oggi si può notare che nei soli Stati Uniti d’America il nihonshu ha goduto di un aumento dei consumi esponenziale passando dai due milioni e mezzo di litri nel 2004 a circa il doppio in soli quattro anni. Allo stesso modo si è assistito ad una rapida diffusione nel sud est asiatico (Taiwan, Korea, Honk Kong e Cina) ed un certo, graduale, interessamento da parte di alcuni paesi europei (prima fra tutti l’Inghilterra, con Londra, e l’Olanda, la Francia e la Germania a seguire). Ed è proprio sulla scia di questi sviluppi che alcuni siti istituzionali giapponesi si sono opportunamente dotati di versioni in lingua inglese. Tra le istituzioni – e per gli appassionati di cifre e statistiche –  bisogna senz’altro riferirsi al National Tax Agency (www.nta.go.jp) che si occupa di redigere annualmente i rapporti relativi al consumo del nihonshu in Giappone e le esportazioni verso paesi terzi. Dal maggio del 1904, poi, in supporto al Ministero delle finanze prima, ed oggi alla National Tax Agency, troviamo il National Research Institute of Brewing (www.nrib.go.jp/English/). Questa autorità non solo svolge una importante attività di ricerca e monitoraggio sulla produzione di bevande alcoliche al fine di poter supportare l’agenzia nella raccolta delle informazioni per una corretta tassazione, ma sviluppa anche una altrettanto precisa e puntuale attività di analisi e di controllo sulle bevande alcoliche presenti sul mercato nipponico.

Sul versante delle associazioni, la prima da prendere in considerazione è certamente l’Associazione Nazionale dei produttori di sake giapponese e shochu (www.japansake.or.jp/sake/english/). Quest’ultima, tra l’altro, ha da settembre del 2014 ampliato una sezione molto interessante in cui è possibile consultare un vero e proprio manuale in diverse lingue (tra cui anche l’italiano). Segno evidente e tangibile conferma del momento positivo che oggi sta vivendo il sake giapponese nel mondo.  Grazie al contributo del Consiglio dell’Associazione Nazionale di giovani produttori di sake si è, poi, costituito nel 2004 un comitato, con l’emblematico nome di Sake Samurai (http://www.sakesamurai.jp/ e http://www.sakesamurai.co.uk/), che si prefigge di salvaguardare e promuovere l’autentica tradizione e la vera cultura del nihonshu e del cibo giapponese nel mondo. Dal 2009, poi, si trova il sito del Sake Service Institute International (http://ssi-w.com/ssiintl_english/) che si propone, tra le attività principali, di analizzare i mercati esteri per promuovere la cultura del nihonshu e dello shochu giapponese nel mondo e di organizzare i corsi ufficiali per diventare kikisakeshi, ovvero sake sommelier.

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Courtesy of Wakutsuru shuzo

Lasciando le istituzioni e rivolgendo l’attenzione ai singoli privati che hanno abbracciato la missione di diffondere la conoscenza del sake giapponese e che negli anni si sono contraddistinti per dedizione, passione e precisione, primo fra tutti, bisogna senz’altro citare John Gauntner. I suoi libri come il sito ufficiale sono fonti inesauribili di informazioni e tracciano una storia appassionata che dura da almeno un ventennio. Lo troviamo nel sito ufficiale (http://sake-world.com/) e nel sito a cui collabora come fondatore e vice presidente (http://www.esake.com/). Sempre nell’ambito di formazione-informazione non possiamo esimerci dal citare il sake samurai francese Sylvian Huet, autore del blog La Passion du Sake e fondatore dell’Academie du Sake. E, dall’altra parte della manica, dal 2014 troviamo il Museum of Sake della giovane sake sommelier e curatrice per il WSET, Natsuki Kikuya   sempre impegnata nel promuovere il nihonshu in Inghilterra ed in Europa. In questa rapida carrellata dobbiamo includere almeno altre due inquadrature. Una la dedichiamo al Canada che vede in Michael Tremblay (Sake Fuse) un attento sostenitore del nihonshu sviluppando il suo lavoro tra Toronto e Calgari. L’altra all’ottimo lavoro di promozione ed approfondimento che in Italia Marco Massarotto, fondatore dell’associazione culturale La Via del Sake e del primo Sake Festival italiano, sta portando avanti da diversi anni con eccellenti risultati. Tornando oltre oceano, infine, non possiamo dimenticare anche i siti di  due giovani bloggers dall’Australia, Slava Beliakova con il suo Sake Guide e Julian Houseman con prima Sake Australia ed ora Sake Advocate Tutt’altro approccio, molto stimolante nell’ottica di una prima formazione sul campo, è quello dato da Will Auld nel sito Home Brew Sake su cosa sia il sake giapponese in termini di ingredienti, le sue proprietà organolettiche e su come fare a produrlo. Il sito nasce con l’unico scopo, dichiarato dall’autore, di voler spiegare come ognuno possa arrivare a produrre il nihonshu in modo artigianale, casalingo, proprio come accade per la birra.

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Courtesy of Wakutsuru shuzo

Nei siti che offrono la possibilità di acquistare online il nihonshu e che si sono adoperati per educare ad un uso e consumo consapevole, sono da tenere bene in mente sicuramente i due sake samurai americani, Beau Timken con lo storico True Sake America’s Premier Sake Store e Timothy Sullivan con il relativamente più recente UrbanSake. A questi si aggiunge un altro vero estimatore ovvero Marc Smookler che con il suo team ha organizzato il Sake Social, sito molto interessante e ricco di informazioni anche nel blog collegato. Per concludere, vediamo i produttori di nihonshu che non sono stati certo a guardare e si sono prodigati per corredare i propri siti di informazioni utili ad un primo orientamento per chi volesse avvicinarsi o informarsi su cosa sia e da dove provenga questa bevanda tradizionale giapponese. E allora, bisogna senz’altro ricordare Ozeki piuttosto che Gekkeikan, ed anche KikusuiMasumi, Kiku-Masamune, Hakushika solo per fare qualche esempio. Quanto detto finora, non ha certo la pretesa di esaurire tutte le fonti sul sake giapponese. Qui si ha solo l’intenzione di tracciare una mappa ideale per chi volesse cominciare ad intraprendere un percorso di apprendimento nel vasto e millenario mondo del sake giapponese. E magari darvi le coordinate per seguire gli sviluppi e le dinamiche attuali di questa bevanda così vitale!

Courtesy of Tomita Shuzo

Courtesy of Tomita Shuzo

Kimotokei shubo e Sokujoukei shubo

Occorre, adesso, soffermarsi su come andare a creare quel mix, la shubo, che abbiamo visto essere il punto di incontro di tutti i microrganismi coinvolti nella fermentazione e nella successiva maturazione in nihonshu. Torniamo, quindi, a parlare della shubo per completare il discorso e procedere poi verso la fermentazione parallela, il filtraggio e l’imbottigliamento. La shubo, sulla cui importanza abbiamo già avuto modo di soffermarci, rappresenta – è bene sottolinearlo – una scelta cruciale per quello che potrà e vorrà esprimere il costituendo sake in fatto di gusti e di aromi.

Strumenti per la lavorazione del nihonshu.

Strumenti per la lavorazione del nihonshu.

Esistono, invero, due differenti metodi per comporre la shubo, ovvero il kimoto-kei shubo e lo sokujou-kei shubo. In entrambi i casi si parte dalla attenta combinazione tra kome koji, kakemai, acqua e l’aggiunta di una cultura di lieviti. La distinzione attiene alla formazione dei batteri lattici che giocano un ruolo fondamentale non solo per la shubo, ma anche per l’intera produzione. I batteri lattici, similmente a quanto accade nel vino, sono atti a preservare il maturando nihonshu da eccessive cariche batteriche patogene esterne che andrebbero ad alterare o rovinare la produzione. In buona sostanza, i batteri lattici concorrono a creare quell’equilibrio microbiologico che serve a mantenere il sake ed evitare che si guasti irrimediabilmente. E però, mentre nel kimoto-kei shubo si lascia che i batteri lattici si creino e si diffondano naturalmente, nella sokujou-kei shubo, invece, una piccola quantità di acidi lattici preparati industrialmente viene immessa nella shubo. In quest’ultimo caso i tempi di completamento per la formazione della shubo sono in pratica dimezzati. Nella sokujou-kei shubo, infatti, si impiegano solo due settimane per completarne la formazione, il che rappresenta circa la metà del tempo rispetto al kimoto-kei shubo in cui la completa propagazione dei batteri lattici si raggiunge tra la terza e la quarta settimana.

Shubo.

Shubo.

L’aggiunta di batteri lattici, come avviene nella sokujou-kei shubo, è ben tollerata e diffusa, basti pensare che circa il 90 % dei sake giapponesi vengono prodotti in questo modo. Da un altro punto di vista, si deve rilevare come il procedere con il metodo kimoto-kei o con il sokujou-kei shubo rappresenti non solo una scelta legata ai tempi/costi di produzione, bensì – come accennato poco sopra – anche ai gusti ed agli aromi che si vuole creare nel maturando sake. Ed infatti, mentre il kimoto-kei shubo, del tutto naturale e più lento porterà a nihonshu più complessi e ricchi di sapori, invece lo sokujou-kei shubo, prodotto addizionato e più veloce, svilupperà nihonshu tendenzialmente più abboccati e light. Prima di concludere bisogna distinguere all’interno del kimoto-kei in un metodo tradizionale, il Kimoto jikomi, da uno più moderno, lo Yamahai jikomi, a seconda che si preveda o meno il mescolamento della shubo (c.d. Yamaoroshi) da parte degli operai che con delle lunghe pale la rigirano a tempi programmati al fine di permettere una progressiva saccarificazione ed una uniforme diffusione dei lieviti e acidi lattici al suo interno. Il Kimoto jikomi trae la sua origine nel fatto che precedentemente all’introduzione dei moderni macchinari di raffinamento del riso, i chicchi di riso rimanevano piuttosto grossi, riuscendo a molare solo fino all’10%-12% con un grado di riduzione quindi molto limitato. Da qui la necessità di “lavorare” la shubo movimentandola e mescolandola a cadenze regolari per cercare di agevolare il lavoro dei lieviti e degli altri microorganismi. Nel 1909, l’Istituto Nazionale per la ricerca sul sake ha però messo in dubbio l’effettiva utilità di questo metodo. E’ stato, infatti, verificato che, pur non procedendo alla movimentazione della shubo, si potevano ottenere gli stessi risultati ovvero il processo enzimatico si sarebbe comunque attivato con o senza mescolamento della shubo. In coerenza con questa indicazione, si è preferito progressivamente il secondo metodo, lo Yamahai jikomi, che appunto non prevede la lavorazione o movimentazione della shubo. D’altro canto se è vero com’è vero che da allora si sia andato via via a limitare l’uso del Kimoto jikomi in favore dello Yamahai jikomi, non è tuttavia raro trovare ancora qualche cantina che vi si dedica o che lo preferisca nella preparazione di alcuni tipi di nihonshu speciali. Questo fa parte della discrezionalità e della libertà di scelta delle cantine.  Quindi, ricapitolando e per finire, la prima scelta che si deve fare è quella se lasciare che i batteri lattici si formino naturalmente (kimoto-kei shubo) oppure optare per quelli preconfezionati (soukujou-kei shubo). Ed infine, se si decide per il kimoto-kei shubo, si deve scegliere o per il Kimoto jikomi o, in alternativa, per lo Yamahai jikomi. In ogni caso, il frutto di queste scelte non sarà solo una questione legata all’organizzazione dei tempi o alla quantità di lavoro da impiegare nella produzione, ma soprattutto a quale gusto e a quali aromi comporre nel nihonshu.

Sakagura, interno (courtesy of  Iwase Shuzo).

Sakagura, interno (courtesy of Mikunihare Shuzo).