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Ripartiamo da uno. Spesso mi chiedono perché abbiamo scelto il nome di Firenze Sake o FirenzeSake, liberi da copyright su come scriverlo.

Firenze

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Il primo tassello è stato il nostro essere – a kilometro zero – fiorentini. Amalgamati nella cultura rinascimentale, incastonati in una fantastica vetrina mondiale, città culla di grandi artisti e stracolma di opere d’arte. Eppure immersi continuamente nella globalità di tutte le umanità che attraversano questa landa toscana. Firenze come sinonimo di tradizione quindi, ma anche cultura, arte ed artigianato. E poi viene l’altra metà, non meno importante, il Nihonshu inteso sia come espediente per parlare di un altro Giappone sia nel senso proprio dell’espressione ovvero bevanda alcolica giapponese. E’ evidente, anche qui, il riferimento ad una parte ben definita della cultura e della ritmica giapponese quella del bere che non è conosciuta non solo in sè nella sua genesi e nella sua storia, ma neppure nelle relazioni umane che sviluppa.  Come dire… è nostra seria intenzione quella di andare a scoprire cosa anima e rende vitale quella cultura  che esprime una metrica tradizionale giapponese. Ed è una ricerca la nostra che prende le mosse da due parole: Jizake e qualità. Dovendo scegliere ci siamo trovati concordi nel procedere con queste coordinate. I nihonshu che importiamo provengono da quattro cantine che hanno una produzione limitata e che prediligono la filiera corta per mantenere un controllo della qualità. Il riso utilizzato è quello coltivato nelle immediate vicinanze alla cantina, se non addirittura nei campi che circondano la cantina stessa. Il produttore tipo dei nostri sake coltiva e si prende cura del suo riso, lo raccoglie e lo trasforma in nihonshu. Tocca la terra con mano.

Piantagione di riso per la produzione di nihonshu

Risaia per la produzione di nihonshu (courtesy of Tomita shuzo).

I “nostri” fanno parte della famiglia Jizake. Con questa espressione ci si riferisce al prodotto artigianale di una piccola cantina fortemente radicata nel territorio e che nella produzione procede con una ritmica naturale e conserva  metodi tradizionali.

Piantagione di riso per la produzione di nihonshu (courtesy of Arimitsu shuzo).

Risaia per la produzione di nihonshu (courtesy of Arimitsu shuzo).

Si potrebbe chiamarli sake autoctoni, propri di un determinato territorio di cui sono espressione dalla coltivazione del riso all’uso dell’acqua sorgiva fino alle tecniche ed accorgimenti segreti tramandati di padre in figlio. In queste cantine ci lavorano solo cinque..sei..massimo dieci persone, per fare un nihonshu in continua edizione limitata. In media ogni anno vengono prodotte, a seconda della cantina, tra le settanta e novanta mila bottiglie. Questo fatto e considerato che il sake giapponese non si presta ad essere conservato per anni, ci ricorda che anche il nostro nihonshu rappresenta una esperienza di gusto da cogliere al volo, come un attimo da valorizzare. Non semplice bere, ma gustare. Per importare questi nihonshu abbiamo voluto senz’altro fare salva una caratteristica che per noi era molto importante: la QUALITA’..vogliamo mantenere la stessa qualità che questi nihonshu esprimono in Giappone. Come in tutti i sake giapponesi non vi è l’aggiunta nè di coloranti nè tantomeno di alcun conservante tant’è che bisogna mantenerli al riparo dalla luce o da fonti di calore che ne potrebbero alterare il gusto. Ed infatti, nelle cantine sono tenuti  a temperatura controllata ed in un certo senso controllati a vista fino a quando non vengono imbottigliati per essere spediti in Italia. La qualità è per noi importante e allora che qualità sia! Così come lo bevi in Giappone! ci siamo detti  ed eccoli i nostri nihonshu:

Okamura shuzo, Arimitsu shuzo, Tomita shuzo e Mikunihare shuzo.

Okamura shuzo, Arimitsu shuzo, Tomita shuzo e Mikunihare shuzo.

E voi ci direte se ci siamo riusciti….Grazie e ……Kanpai!! fatto0190

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