Florence Cocktail Week 2016: il Contest

Di ritorno dal contest finale della prima edizione del Florence Cocktail Week 2016 rimane l’entusiasmo e la professionalità di questi artisti. E’ chiaro che quando un nostro sake è stato scelto per comporre un cocktail presente al contest, il minimo che potevamo fare era “registrare” tutto quello che stava succedendo tutt’intorno. E’ il modo migliore che abbiamo trovato per poter condividere, anche a distanza di tempo, le emozioni scaturite dal contest e l’eccellente qualità raggiunta dalla performance dei bartender in una manifestazione che, speriamo, si ripeta l’anno prossimo.

Ora vogliamo raccontarvi come è trascorsa la serata attraverso la narrazione degli scatti dei fotografi della Scuola Internazionale di Fotografia APAB. Iniziamo con quelle del fotografo Giulio Garosi, per proseguire con le foto-opere degli altri fotografi presenti: Marco Crivellin, Antonella Cardillo e Miriam De Girolamo. Tutti hanno voluto documentare l’intero avvenimento dandone una loro personale interpretazione.

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PHOTO BY GIULIO GAROSI.

Luca Manni4385

PHOTO BY GIULIO GAROSI.

Robert Pavel4508

PHOTO BY GIULIO GAROSI.

Christian Pampo4426

PHOTO BY GIULIO GAROSI.

Thomas Martini4496

PHOTO BY GIULIO GAROSI.

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PHOTO BY GIULIO GAROSI

Daniele Cancellara4566

PHOTO BY GIULIO GAROSI.

Matteo Di Ienno4600

PHOTO BY GIULIO GAROSI.

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PHOTO BY GIULIO GAROSI.

Manuel Petretto4671

PHOTO BY GIULIO GAROSI.

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La Giuria. PHOTO BY GIULIO GAROSI.

Riceviamo e volentieri ospitiamo una libera selezione delle foto del docente della Scuola Internazionale di Fotografia APAB, Marco Crivellin, e cogliamo l’occasione per ringraziarlo per la sua inestimabile presenza e per il continuo supporto nel testimoniare la diffusione della cultura del sake giapponese in Italia.

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La Giuria. PHOTO BY MARCO CRIVELLIN.

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PHOTO BY MARCO CRIVELLIN.

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PHOTO BY MARCO CRIVELLIN.

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PHOTO BY MARCO CRIVELLIN.

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PHOTO BY MARCO CRIVELLIN.

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AKITORA JUNMAI GINJO. COCKTAIL HASU ORENJI. PHOTO BY MARCO CRIVELLIN.

Florence cocktail week, 17.04.2016

AKITORA JUNMAI GINJO. PHOTO BY ANTONELLA CARDILLO.

Florence cocktail week, 17.04.2016

AKITORA JUNMAI GINJO. PHOTO BY ANTONELLA CARDILLO.

Florence cocktail week, 17.04.2016

AKITORA JUNMAI GINJO.  PHOTO BY ANTONELLA CARDILLO.

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PHOTO BY MIRIAM DE GIROLAMO

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PHOTO BY MIRIAM DE GIROLAMO

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PHOTO BY MIRIAM DE GIROLAMO

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PHOTO BY MIRIAM DE GIROLAMO

 

“HASU ORENJI” OVVERO IL SAKE DI KOCHI AL FLORENCE COCKTAIL WEEK

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Akitora Junmai Ginjo

Akitora, il sake che importiamo dalla prefettura di Kochi, sarà presente al Florence Cocktail Week nel nuovo cocktail dal nome floreale creato per questa occasione: lo HASU ORENJI.

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Daniele Cancellara, esperto mixologist del O’ CAFE’ del Golden View Open Bar, dopo una attenta e rigorosa selezione, ha scelto il nostro Junmai Ginjo per la creazione di questo cocktail elegante, fine e tutt’altro che convenzionale. In una parola: is-pi-ra-to!

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Hasu Orenji.

Daniele Cancellara si è appassionato al sake giapponese tanto da lasciarsi sedurre fino a raccontare, nel suo HASU ORENJI, un connubio tra due stati distanti, entrambi del sud: New Orleans e Kochi. Qui sotto riportiamo la presentazione ufficiale tratta dal programma della manifestazione:

“L’ispirazione per questo cocktail nasce da un contrasto, da due luoghi apparentemente inconciliabili: New Orleans con la sua tipica atmosfera di libertà e il suo cocktail simbolo, il Sazerac, ed i suoi due principali ingredienti Rye Whiskey e Peychaud’s bitter; il Giappone con la sua profonda spiritualità, il Sake e i fiori, elementi ricorrenti nella cultura del Sol Levante. Un connubio atipico, ispirato alla poetica “pop” che possiamo trovare nel cinema e nel fumetto.”

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Akitora Junmai Ginjo

Il nostro Akitora Junmai Ginjo è stato selezionato in quanto Cancellara era alla ricerca di un sake che avesse una maggiore texture rispetto ai Junmai Ginjo che si trovano in giro e riportasse a sentori fruttati e floreali tali da creare un equilibrio solido nella miscelazione. L’Akitora ben si innesta con un supporto silente, quasi fosse un ninja, nella struttura del cocktail ammorbidendo senza cedere o eccedere. Come in un castello giapponese il giardino segreto.

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Il Barman Daniele Cancellara mentre compone l’Hasu Orenji.

L’Hasu Orenji merita attenzione anche nei momenti della preparazione. Si procede prima all’affumicatura alla lavanda del bicchiere; alla scrupolosa posa delle gocce di Bitter ai fiori Homemade e di Peychaud’s Bitter; ed infine si effettua un breve Mix e Strain. Sembra di assistere alle mosse di un Direttore che con decisione costruisce la sua orchestra di cui ha una visione chiara e distinta.

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Un momento della preparazione dell’Hasu Orenji.

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Un momento della preparazione dell’Hasu Orenji.

Il risultato è stato un cocktail che ha in sé un’anima sinfonica e narrativa. Severa ed equilibrata, asciutta e generosa, mai pomposa o barocca. Quando assaggi l’Hasu Orenji  sembra di avere a che fare con un libro dove ogni pagina, ogni sorso, contiene e ti racconta esperienze di gusto ordinate e scritte partendo da una esperienza di vita. L’Hasu Orenji non è certo un cocktail da neofiti. Pretende e – verrebbe voglia di dire – giustamente pretende la sua pausa o nota meditativa. Insomma, rappresenta un momento della giornata in cui ti devi poter fermare a riflettere. E basta.

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Hasu Orenji.

Sarà possibile apprezzare il cocktail durante tutta la settimana del Florence Cocktail Week (da Lunedì 11 a Domenica 17 aprile) fino al Contest FCW 2016 che si svolgerà l’ultimo giorno al Mercato Centrale dalle 17:00 alle 19:30 e che vedrà contendersi tutti i bartender partecipanti con le loro creazioni.

 

Il nihonshu oggi in Giappone.

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Sake Bar. Osaka.

Che il consumo interno di sake giapponese sia aumentato? Che il sake giapponese abbia acquisito popolarità all’estero più che in patria e che ora stia tornando in auge proprio lì dove nasce? Forse è ancora presto per dirlo. Certo è che l’interesse per questa bevanda da parte di quelli che solo fino a qualche anno fa erano potenziali consumatori sembra essere stata risvegliata. Che sia per l’ottima qualità raggiunta da questa bevanda? Che sia per la versatilità – si pensi all’utilizzo nei cocktails o agli abbinamenti con pietanze “distanti”  – che il sake giapponese sta dimostrando all’estero?

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Tasting sake. Thanks to Wakaba Shuzo.

I consumatori giapponesi che, fino ad un paio di decadi fa, apparivano restii e poco attratti nei confronti del sake giapponese (nihonshu), sembrano oggi incominciare ad accorgersi dei progressi che la tradizione ha compiuto in fatto di qualità ed affinamento per rimanere al passo coi tempi e poter tranquillamente rappresentare una scelta di qualità sia per l’aperitivo che per i pasti.

Se questa sia solo una impressione a caldo o sia una fotografia della realtà di oggi saranno i dati raccolti a fine anno a confermarlo. Di sicuro, in confronto a statistiche che attestavano un lento quanto inesorabile declino di consumo interno di sake giapponese, il mercato registra invece un momento di stabilità che, anche se non riporta ad un evidente incremento, rimane di per sé già un segno positivo.

Dagli anni ’70 sul fronte interno il calo dei consumi di sake giapponese è stata influenzata da molti fattori tra cui, solo per fare qualche esempio, la forte tassazione per i sake più raffinati, il costo delle materie prime, l’introduzione nel dopoguerra di bevande alcoliche “altre” (birra, wiskey, softdrinks..). I gruppi industriali giapponesi del settore beverage si sono, infatti, per lungo tempo dimostrati più interessati a promuovere con forti investimenti i consumi su bevande veicolate come “più moderne e occidentali”, oltre che altamente marginanti e concorrenziali, piuttosto che sul consumo del sake giapponese. Tutto ciò ha portato ad una contrazione del mercato che ha negli ultimi anni del secondo millennio decimato le piccole e medie produzioni locali, mentre le Grandi del sake cercavano di creare all’estero (soprattutto in America e sud est asiatico) i presupposti per un nuovo mercato.

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E così, mentre i consumi interni diminuivano e le cantine chiudevano, chi ha potuto sopravvivere ha deciso di investire in un percorso di qualità e di ricerca. Un percorso che ha portato talvolta al recupero di tecniche di produzioni artigianali antiche o di culture di riso precedentemente abbandonate che in abbinamento con le nuove conoscenze scientifiche hanno portato ad altri gusti di sake giapponesi. Una ricerca che, tra l’altro, ha introdotto l’adozione di nuovi macchinari che garantiscono una maggior precisione ed attenzione nella lavorazione e raffinazione del riso nei passaggi che portano alla fermentazione. D’altre parte bisogna rilevare come negli ultimi anni ci sia stato un cambiamento di tendenza da parte della legislazione fiscale che ha sensibilmente alleggerito la tassazione permettendo alle produzioni di recuperare margini operativi, a dir poco, vitali in questo periodo di crisi per le cantine.

E quindi, se è vero come è vero che la produzione interna ha sviluppato, negli ultimi decenni, un percorso di qualità che ha fatto riscoprire il sake giapponese all’estero come bevanda principe delle tavole imbandite da chef di fama mondiale, c’è da attendersi che da un giorno all’altro sempre più consumatori giapponesi si accorgano dei progressi della loro tradizione. Ed infatti se, dati alla mano, ancora non si assiste ad un incremento dei consumi interni, a chi va per le strade delle grandi città può capitare di imbattersi in nuovi sake bar aperti da imprenditori che hanno considerato propizio il momento ed hanno cominciato a servire diverse selezioni di nihonshu esattamente come succede dalle nostre parti nelle enoteche con il vino.

E chi sono gli avventori di questi sake bar? E’ un pubblico adulto, preparato e selettivo. In particolare, sono i consumatori di età tra i trenta ed i quaranta che si  “ri”avvicinano al sake spesso sorprendendosi per i gusti e gli aromi che questa bevanda riesce ad esprimere. Tra gli avventori dei diversi sake bar, c’è sempre in sottofondo un leit motiv: la voglia di volersi confrontare con una bevanda che non si (ri)conosce. La frase più ricorrente tra i calici dei sake bar è che il sake giapponese che bevevano i loro nonni e padri non aveva lo stesso morbido affinamento e la stessa leggera complessità che molti nihonshu portano con sé ai giorni nostri.

Sono certamente cambiate le aspettative dei consumatori: sempre più competenti, esigenti ed attenti sia alla qualità che al prezzo. Eppure il sake giapponese sta già dimostrando di poter rispondere alle aspettative contemporanee sia nel momento della produzione (bevanda prodotta anche con riso biologico, senza conservanti, coloranti o additivi) che in quello della consumazione. Ad oggi, una qualsiasi degustazione di sake giapponese porta con sé delle piacevoli quanto insperate sorprese in fatto di aromi, sapori ed abbinamenti. E questo lascia ben sperare per nazioni (Italia per prima) dove il sake giapponese è ancora poco conosciuto oppure riservato ad ambiti ristretti e di elìte più che rappresentare – e qui condividiamo l’affermazione del guru americano del sake – una vera e propria bevanda alternativa nei ristoranti al pari di birra, vino, champagne.

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Chouchin con rappresentato il kangi di “sake”, “shu”.