[Firenze, 26 marzo 2018] Corso base La Via del Sake / WSET®: “CONOSCERE IL SAKE”

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Il 26 marzo si svolgerà a Firenze il corso di primo livello riconosciuto a livello mondiale grazie alla certificazione WSET di Londra. Il WSET nei due corsi, Level 1 e Level 3, offre una panoramica approfondita sui metodi di produzione del sake giapponese, sui differenti stili e tipologie di sake, ed, infine, un approccio unico, sistematico e razionale per la degustazione.

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Nel corso si potrà approfondire le tecniche di produzione che portano a diversi tipi di sake. Una giornata full immersion per arrivare a comprendere il sake ed orientarsi nel suo mondo. Nello specifico vedremo quelli che sono gli ingredienti utilizzati nel sake e le fasi che compongono il processo di produzione. Alla fine del corso saprete distinguere i sake per tipologie con alcuni cenni agli abbinamenti possibili. Potremo degustare alcuni sake speciali  e carpirne i segreti e le differenze grazie ad una didattica concreta, meticolosa ed attenta. Per iscriversi qui.

 

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WSET® Level 1 Award in Sake. “CONOSCERE IL SAKE”. Il 26 MARZO A FIRENZE.

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Sono aperte le iscrizioni per il prossimo corso (26 MARZO 2018) di primo livello certificato WSET ed organizzato da La Via del Sake a Firenze.

Il corso offre una approfondita panoramica sul metodo di produzione del sake giapponese e si rivolge a chi si avvicina per la prima volta a questa millenaria bevanda e a chi voglia approfondire per passione o per professione. Insieme impareremo a distinguere i diversi tipi di sake attraverso la degustazione guidata di una selezione di sake artigianali.

Qui trovate i dettagli del programma del corso ed i dettagli sulla location (centro storico di Firenze).

I posti sono limitati e le iscrizioni dovranno pervenire almeno tre settimane prima dell’inizio del corso per garantire la consegna del materiale didattico in tempi utili.

Vi aspettiamo!!

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Sake artigianali. Nuovi appuntamenti.

Sempre in movimento per raggiungere tutti coloro che ancora non hanno scoperto i nostri sake artigianali!

Sempre in movimento per presentarvi nuovi gusti del sake giapponese e nuovi abbinamenti!

Avrete l’occasione di scoprire alcuni tipici e autentici sake artigianali. E volete sapere che cosa c’è di speciale in questi incontri?… Sake come questi non li avete mai provati e sarà subito Amore.

Tre appuntamenti per raccontarvi ed assaggiare il sake giapponese.

14/05 Enoteca Luce

17/05 Kawaii – Borgo S.Frediano 8 rosso

25/05 Fusion Bar & Restaurant – Art Gallery Hotel  in God Save the Wine Event.

14/05. Festeggiamo il terzo anniversario dell’Enoteca Luce!

Domenica 14 Maggio. Ore 19.00. Aperitivo con ricco buffet italo-giapponese. Enoteca Luce – Ramen Girl. Viale Talenti 144.  10 euro.

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17/05. Kawaii. Sake nei calici! Presentazione del sake della Prefettura di Kochi.

Mercoledì 17 Maggio. Ore 19.30. Aperitivo. Kawaii, Borgo S. Frediano 8 rosso. A consumazione.

Scopriremo insieme un Sake originario – appena arrivato! – dalla Prefettura di Kochi, nel Sud del Giappone, famosa per i suoi sake delicati e morbidi, eleganti e con i tipici sentori fruttati.

La produzione della cantina Arimitsu Brewery della Prefettura di Kochi si incentra sull’utilizzo di lieviti che danno ai suoi sake un vellutato sapore di frutta che va dai sentori di banana e melone fino al Lychee e uva fragola. Fantastici per aperitivi estivi e da dessert!

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Akitora Asahi Junmai Ginjo

 

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Akitora Junmai Daiginjo.

25/05.  God Save The Wine! Sake Wrestling!

Giovedì 25 Maggio!

Metteremo in scena un simbolico tenzone tra i nostri esclusivi sake artigianali ed i pregiati vini e champagne presenti in sala, chi ne uscirà vittorioso? A voi l’ardua sentenza!

Bevute e buffet stellati.

E’ (super) consigliata la prenotazione.

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I nostri sake in degustazione Horaisen Junmai Ginjo Wa  & Hakuryu Junmai Ginjo.

IL GUSTO DEL SAKE…NAMA!

Come l’anno scorso, anche quest’anno abbiamo intenzioni serie.
Signori e signore stiamo per importare una piccola quantità di sake
NAMA.

Il NAMA sake è un sake non pastorizzato o pastorizzato una sola
volta (invece che due).

Il Nama è uno dei sake più richiesti in Giappone in quanto
mantiene una serie di sfumature e fresche complessità che la doppia
pastorizzazione può evolvere in altre direzioni. Un po’ come il latte fresco
appena munto e quello, appunto, pastorizzato.
Il Nama sake di solito lo potreste assaggiare solo in Giappone oppure
se qualche volenteroso amico (ma di quelli veri!) te ne porta una
bottiglia ed appena sbarca all’aeroporto tu lo vai a prendere, il
sake, non l’amico.

Insomma, un sake che fa venire l’acquolina in bocca e che mantiene
tutte le proprietà di un sake fresco, appena nato. Qui il
produttore aggiunge complessità e segreti tramandati da secoli: il
sake viene pastorizzato in modo leggero una sola volta dopo averlo
fatto maturare per un anno a temperatura controllata tra 0 e 5 °C fino a
prima di essere spedito. Una specialità creata nella Prefettura di
Aichi grazie alle mani esperte del Toji della Sekiya Brewery.

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Houraisen Junmai Ginjo Jukusei Nama Sake Wa

Oppure potremo proporvi un sake altrettanto rarissimo con un nome da maratoneta e per una selezione da estimatori di questa bevanda: Junmai Ginjo Muroka Nama Genshu.

E con questo potremo accontentare solo pochissimi e veloci amatori che alzano la mano, fanno un cenno e…insomma si dichiarano fin da ora!

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Maboroshi no taki Junmai Ginjo Muroka Nama Genshu

Come l’anno scorso, anche quest’anno per  evitare di deludere
l’attesa di qualcuno raccogliamo i vostri ordini prima
dell’arrivo delle (poche e rare) bottiglie che ci arriveranno a
fine aprile e che manterremo gelosamente refrigerate per preservarne
la genuinità.

E questa volta…abbiamo anche un’altra sorpresa in serbo…solo per i veri rivoluzionari del gusto del bere tradizionale…

Per gli ordini scrivere a info@firenzesake.com

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Houraisen Junmai Ginjo Nama Sake Wa

 

World Sake Day in Florence 2016.

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Dal 2015 importiamo sake artigianali direttamente dal Giappone.

In realtà, la nostra missione non è solo quella di riuscire a portare una selezione di sake artigianali in Italia.

Noi i sake li andiamo a cercare e scegliere nelle sakagura, nelle cantine dove vengono prodotti.

E vogliamo farveli assaggiare come se li beveste in Giappone, con la stessa qualità, fragranza e freschezza. Questo è il nostro impegno.

Ci prefiggiamo anche un compito altrettanto importante : diffondere la cultura del sake. Quale la storia di questa millenaria bevanda? Come si produce questo frutto della fermentazione del riso? Come e quando si beve questo fermentato?

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Primo Sake Day a Firenze: Todo Modo.

E’ in questa mediazione culturale che abbiamo incontrato la sensibilità delle persone che animano la libreria Todo Modo, dove già l’anno scorso eravamo stati ospiti di un primo incontro sul sake giapponese.

Todo Modo è come un porto in cui le idee nuove trovano libero accesso: approdano per poi diffondersi nell’entroterra. Ecco che allora il primo Sake Day a Firenze non poteva che svolgersi in questa cornice naturalmente predisposta ad accogliere nuovi stimoli dal mondo.

All’incontro del 1 ottobre 2016 ha contribuito con le sue sushi-creazioni la chef giapponese nonchè esperta e profonda conoscitrice di vini e di sake che è Mirai Tsuda.

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Il luogo si è arricchito anche delle opere di due artisti fiorentini Mari Yoshida e Giuliano Foglia che hanno proposto un’interessante varietà di bicchieri in argento dove poter apprezzare i sake giapponesi offerti nella serata.

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L’evento è nato con il supporto e la collaborazione con Sake on the Table e del loro distributore locale Vinoutlet.

Quello che ci accomuna è senz’altro la volontà di farvi conoscere quello che è realmente il sake giapponese con la passione che ci contraddistingue.

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Il sake. I primi passi.

E allora? Alcune pillole su come gestire il sake sono d’obbligo. I famosi primi passi.               Il sake come il vino appena aperto conviene farlo respirare… acclimatare per alcuni minuti…Quindi, quando potrete una bottiglia a quella famosa cena dove vorrete fare bella figura con amici ed amiche, fatelo mettere un attimo in frigo e, sopratutto, apritelo con qualche minuto di anticipo. Il sake è vivo e ben si adatta.

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Sake in degustazione: Hakuryu Junmai Ginjo. Il sake con il Drago.

Sake… freddo.

Il sake si serve freddo, o meglio, non solo caldo.

Se vi capiterà di andare in Giappone in un sake bar, vedrete che sarà più facile che il sake vi venga servito ad una temperatura di servizio tra i 5 e gli 8 °C. E per giunta in calici di vetro. Questa è la pratica più diffusa ad oggi.

In realtà, caldi di sake ce ne sono solo alcuni. e sono quelli in cui è lo stesso produttore ad indicare la possibilità di riscaldarli anche fino a 50°C. E questo solo per (r)aggiungere tonalità aromatiche e di gusto altrimenti latenti e poco evidenti. La temperatura di servizio serve per costruire una struttura di gusti creata dalla mente del produttore per offrire il suo miglior sake.

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Sake in degustazione: Kazuma Chikuha Noto Junmai.

Il sake accompagna il cibo.

Il sake per le sue proprietà accompagna il cibo: bevetelo durante il pranzo, non lo relegate al nobile rango di liquore digestivo. Se non altro perché: in primis il sake non è un liquore – se non si fosse capito – è un fermentato; in secundo, sebbene ci siano alcuni sake pensati per il fine pranzo – mi vengono in mente alcuni sake da dessert, con residui zuccherini -, nella maggior parte dei casi il sake si scopre nei diversi abbinamenti con carni rosse e bianche, pesce, verdure e formaggi in cui sviluppa tutte le sue potenzialità.

Kanpai!

Bene, siccome siamo ancora sulla scia del primo Sake Day che si è svolto a Firenze, lanciamo un messaggio al mondo: lasciatevi conquistare da questa nuova esperienza che è il sake! Allargate gli orizzonti!

Natura in Sake

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Lago Santo

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Lago Santo

Troppo spesso nelle presentazioni dei Premium sake si trascura di sottolineare come siano  prodotti privi di conservanti, additivi, o (de)coloranti. Invero, quando si parla dei junmai, categoria che individua quattro tipi di sake, ci si riferisce a dei Premium sake che altro non contengono se non acqua, riso, riso koji e lieviti.

Consideriamo ora il fatto che, durante la coltivazione, il riso per il sake venga trattato per preservare il raccolto con un rapporto di 3 a 5 rispetto a quanto venga fatto per il riso da tavola. A ciò si aggiunga che il chicco di riso, nel ciclo di produzione del sake, viene raffinato nella fase preparatoria al ciclo di produzione e quindi alla fermentazione. Ed è in questa vera e propria raffinazione che il riso viene spogliato degli strati superficiali dove sono presenti proteine, lipidi ed eventuali residui di lavorazioni precedenti. Dopodichè viene lavato, ammollato e cotto a vapore. E’ chiaro quindi che bisogna intendersi sul concetto di biologico e se lo stesso basti riferirlo solo alla fase della coltivazione piuttosto che a quella della lavorazione. O ad entrambe. Ci riserviamo di approfondire in altra occasione con compiutezza di dati ed in sede più congeniale.

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Wa Nama Jukusei – Sake fresco non pastorizzato. Sekiya Brewery.

D’altro canto è senz’altro vero che, a partire  dalle ultime decadi del millennio scorso, si è assistito ad una crescita di sensibilità ed attenzione anche da parte dei produttori di sake rispetto alle risorse naturali coinvolte nel ciclo produttivo a cominciare proprio dall’elemento principale: il riso.

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Sanda Ichi Junmai – Okamura Shuzo.

Ricordo di essere stato ospite di un produttore di sake, il quale ci disse che quando aveva cominciato a produrre il sake -quarant’anni prima- la sua prima preoccupazione si era rivolta ai terreni dove veniva coltivato il riso e a fare in modo che tutto rimanesse all’interno di un equilibrio naturale. La sua ricerca lo portò a preparare lui stesso un concime a base di pesce, in modo tale da cedere al terreno tutti i nutrimenti di cui c’era bisogno per coltivare il riso da sake in modo del tutto naturale. “Mi ricordo le prime volte che utilizzavamo il nostro concime naturale…l’odore non era certo quello ci si aspettava di trovare nei campi… insomma non era certo profumo!!” e scoppiò a ridere e noi con lui.

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I nostri Premium Sake si distinguono anche per questa cura ed attenzione ai particolari: dal seme al chicco. E qui, il chicco di riso che arriva alla fermentazione se non è biologico, è di certo naturale.

E allora se natura chiama natura ecco che non potevamo esimerci dal portare con noi i Premium Sake ad incontrare la Natura Tosco-Emiliana. Dalle pianure  giapponesi agli Appennini italiani, su fino a 1991 metri di altezza.

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Sanda Ichi Junmai – Okamura Shuzo

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Sanda Ichi Junmai- Okamura shuzo

N-Project Tokubetsu Junmai Nama Genshu

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Ph. by Marco Triarico

Tokubetsu Junmai Nama Genshu.
Sorso dopo sorso, un sake così non può non piacere!
Una definizione più aderente? E’ un sake generoso di sfumature eppure non invadente. Aroma coerente con la complessità che dimostra al palato. Non grosso, medio fine.
Di certo uno tra quelli da preferire freddo come aperitivo rinfrescante, con finger food ad ispirazione ittica. Sempre.
Andiamo per gradi e cerchiamo di capire che cosa sia…
Intanto: Tokubetsu Junmai.
Primo passo.
 Siamo al cospetto di un Premium sake. Una delle otto categorie principali in cui sono divisi i sake giapponesi secondo il disciplinare chiamato Tokutei Meishoshu (si pronuncia To-Ku-Tei-Mei-scio-sciu).
Junmai indica che non vi è altro alcool se non quello derivante direttamente dalla fermentazione del riso.
 E con questo siamo già al secondo passo: no alcool aggiunto.
 Quindi è un Premium sake in cui l’alcool deriva dalla sola fermentazione del riso…e che riso!
Terzo passo…Come previsto nella classificazione  ufficiale, denominata  Tokutei Meishoshu (avete presente il disciplinare del Chianti Classico?), trattasi di un sake composto di solo riso specifico per la produzione di sake. Questo riso viene ispezionato, controllato e  deve essere certificato come appartenente ad una delle classi di qualità superiore.
Il riso deve, poi, essere raffinato in una percentuale di almeno il 60%. Nel Tokubetsu Junmai, in quanto Premium sake, il riso koji deve rappresentare almeno il 15-20% del peso totale del riso utilizzato. In alternativa ad una di queste caratteristiche si può definire Tokubetsu anche un sake che viene lavorato e/o processato in modo tradizionale.
In questo caso, i ragazzi dell’ N-Project che lo hanno prodotto e che sono coinvolti in un progetto di rilancio del territorio locale, hanno utilizzato un tipo di riso locale: il Gohyakumangoku.
I ragazzi dell’ N-Project, con il supporto degli agricoltori locali, lo hanno coltivato, curato e trebbiato con le loro mani.  Un riso da sake, non da tavola, bello aromatico e dal gusto sapido dai risvolti morbidi e cereali. 
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E ancora. La dicitura “Tokubestu” è interessante perché ci permette di fare una annotazione relativa alle indicazioni che possono essere riportate sull’etichetta.
 “Tokubetsu” letteralmente, in giapponese, significa “speciale” e  rappresenta essa stessa una eccezione. E’ una delle menzioni ammesse dalla normativa che può comparire sull’etichetta. E qui non tanto per esaltare un profilo di un sake e acclamarne le qualità speciali, quanto piuttosto per  indicare una vera e propria categoria con le caratteristiche che, come abbiamo visto sopra, sono descritte nel disciplinare.
La dicitura “Tokubetsu” viene assegnata all’origine, in cantina, sulla base della discrezionalità del produttore. Il produttore, cioè, seguendo giorno dopo giorno la fermentazione e le sue evoluzioni, stabilisce il grado di parentela del nascituro sake. In questo caso Tokubetsu.
Quarto passo: Tokubetsu, “speciale” a discrezionalità del produttore.
Quinto passo: Nama.
Con questo termine, Nama, si indica un tipo di sake che non ha subìto alcuna pastorizzazione. Nama si dovrebbe tradurre con “crudo”.  In soldoni? E’ un sake che porta con sé tutta la carica aromatica, vitaminica e aminoacida  direttamente dalla fermentazione al nostro palato.
Sesto ed ultimo.
Genshu: non diluito. Di solito il sake viene diluito in acqua sorgiva, in modo tale da abbatterne la sua originaria carica alcolica che può spaziare dai 17 ai 22 gradi nativi fino ai 15. Davanti ad un genshu siamo in presenza ad un sake che mantiene un grado alcolico finale un po’ più elevato rispetto alla media, di solito tra 17 e 18 gradi.
Tokubetsu Junmai. Nama. Genshu.
E’ bene ribadire che qui vige un solo ed unico scopo: quello di andare a comporre una armonia di gusti ed aromi che diano un’anima ed un corpo al sake.
La finalità ultima, non vi dimenticate, è quella di “comporre” un gusto che risponda ad una immagine che riporti ad un messaggio e ad una visione di chi lo produce.
Il sake è poesia ed il produttore il suo poeta.
Scheda tecnica:
Appearance: Clear-water white-coluorless-tears
Nose: clean-medium-cereal-herbs-fresh-lactic
Palate: medium dry;  acidity medium ; Umami medium+ ; Alchol medium +;                          Body medium +; Flavour medium+; Flavour characteristics  herbs mint, rice flour and  milk cream; Finish medium;
Quality: Good.
Un sake fresco con un buon equilibrio che esprime armonia tra la densità della texiture ed i sapori (note di riso, morbidezze di latte, richiami erbacei)  che contiene.

Sake in Terra di Piero. Voce ai produttori.

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Gae Saccoccio & Tsubosaka.

In occasione del tour italiano organizzato da Gae Saccoccio di quattro importanti produttori di sake, abbiamo potuto raccogliere alcune impressioni a caldo all’ombra del primo sole estivo in Terra di Piero.

Un ringraziamento particolare a Hiroshi Watanabe, fondatore di SJFCM, associazione no profit con lo scopo di promuovere la conoscenza della cultura del sake e non solo, e a  Elliot Faber autore del libro dal titolo “Sake”.

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Hiroshi Watanabe,  SJFCM.

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Elliot Faber, autore del libro ” Sake”.

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Sake in degustazione.

Quattro produttori con il sake nell’animo.  Tutti provenienti da una delle prefetture più importanti per la produzione di sake, Hyogo. E tutti e quattro visceralmente legati al sake in quanto rappresentanti di famiglie che da più generazioni lo producono. Anzi lo “coltivano”, visto che seguono tutto il processo dalla semina del riso alla sua trebbiatura e successiva fermentazione in sake.

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Intervista a Tsubosaka.

 

Che cosa vi aspettavate da questo tour e che cosa avete trovato in Italia rispetto alla cultura del sake?

Tsubosaka:

“Diciamo subito che prima di venire in Italia, avevo già avuto modo di provare alcuni abbinamenti tra il cibo italiano ed  il sake che produciamo. Abbiamo creato degli eventi in Giappone dove abbiamo accostato alcune ricette italiane con i nostri sake, con risultati molto interessanti e sorprendenti. Adesso, qui, vorrei cercare di condividere quella che noi definiamo la vera “Cultura del sake”. Vorrei che si comprendesse che nel concetto di produrre il sake si nasconde una Storia (con la “S” maiuscola) che trae origine da tempi molto lontani.”

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Intervista a Tsubosaka.

 

Che cosa intende per “Cultura del sake”?

“Cultura del sake vuol dire riferirsi ad un modo autentico e genuino di produrre e vivere questo prodotto della nostra terra e della nostra tradizione. Se riusciamo a condividere e trasmettere questo, anche gli italiani arriveranno a sviluppare una corretta conoscenza e consapevolezza nei confronti del sake giapponese, frutto della terra e del lavoro quotidiano.

In realtà, sono venuto in Italia anche per vedere con i miei occhi qual è il sentimento che prova la gente che assaggia per la prima volta il nostro sake. Devo ammettere che ne ho avuto una risposta molto positiva, al di sopra delle mie aspettative. In base all’esperienza che sto vivendo qui, in Italia, direi che gli italiani sono pronti per vivere appieno il  sake giapponese, maturando la giusta sensibilità e curiosità nei confronti di questa bevanda a loro ancora poco conosciuta.”

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Intervista a Tsubosaka.

to be continued……

Il Sake @ Secret bar in Florence.

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In attesa di completare la nostra lista dei sake con quelli che stanno per arrivare, ci siamo cimentati in una rapidissima presentazione del sake in generale dedicata agli addetti ai lavori ovvero alcuni tra i migliori bartenders del capoluogo toscano (e non solo). A seguire la degustazione dei “nostri” ha definitivamente coniugato la teoria con la pratica.

Ringraziamo il Rasputin (il primo secret bar di Firenze) che ci ha ospitato e che ha ispirato le fotografie di Marco Crivellin.

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Come conservare il sake. Il sake non è una conserva.

Il sake va bevuto!! Così come un buon libro va letto ed una bella poesia imparata a memoria perché sia di compagnia! Il sake va bevuto! Presto!

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Thanks to Masuda Shuzo.

Punto primo: il sake non è una conserva.

Tutto sommato se il sake giapponese non si conosce, può capitare di non sapere come e per quanto tempo possa essere conservato prima che il passare del tempo lo trasformi in qualcos’altro.  E questo sia quando la bottiglia rimane chiusa su uno scaffale sia quando – deo gratia! – capiti l’occasione di aprirne una.
E’ bene comunque sottolineare il mantra che al sake sottende per tutta la sua esistenza: il Sake va bevuto! Presto! il Sake va bevuto!

Apro una piccola parentesi: certo che esistono sake che vengono invecchiati seguendo tecniche e affinamenti diversi e che riportano alle categorie dei sake…. invecchiati, appunto (siano essi Koshu o Choki jukuseishu). Qui parliamo invece del “normale” sake che si trova nelle rivendite (sake bar, enoteche, ristoranti…) e che di solito conviene che venga consumato entro dodici, quattordici mesi dall’imbottigliamento. Chiusa parentesi.

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Punto secondo: al buio e al fresco!
Nel sake non ci sono né solfiti né conservanti che lo preservano dalle contaminazioni microbiologiche o dall’ossidazione. Parlando di sake possiamo generalizzare e dire che esistono almeno due grandi famiglie: quelli che subiscono una o due pastorizzazioni e quelli non pastorizzati (Namazake). La pastorizzazione ha come scopo quello di bloccare i processi enzimatici e fermentativi e stabilizzare il sake. E’ evidente che le regole che vi stiamo dicendo se sono valide per i pastorizzati, lo sono ancora di più per quelli che non lo sono. I sake denominati Nama, infatti, (letteralmente “crudi”) sono i più delicati in quanto non pastorizzati e ricchi di sostanze organiche vive. I Namazake vanno costantemente mantenuti a temperatura controllata (5°c) ed al buio per evitare che deperiscano.
A scanso di equivoci, quando vi regaleranno una bottiglia tenetela al buio e lontano da fonti calore e meglio al fresco.
Nonostante le bottiglie di sakè risultino ambrate o verdi, opacizzate o satinate, questo non basta per preservare il liquido al loro interno se esposte per lungo tempo ed in modo diretto alla luce sia essa artificiale, ambiente o, peggio, del sole.
La situazione migliore sarebbe quella di tenere le bottiglie al fresco (6-10°c) all’interno della loro scatola di cartone o, in mancanza, avvilupparle nella carta di giornale, per mantenerle completamente in oscurità fino a quando non sopravvenga il fatidico momento di gustarle. Una volta aperta, e sempre che non si sia riusciti a formare una compagnia degna di “compiere l’impresa”di portarla fino in fondo, la bottiglia va riposta in frigorifero a temperatura tra i 6 e gli 8° C. E per favore evitate di congelarla!

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Punto terzo: il sake è vivo, evviva il sake! 

E allora, quanto dura una bottiglia di sake aperta? Il tempo suggerito di conservazione sarebbe pari a due settimane. Anche se tutti riconoscono ad unisono che, in questo lasso temporale, il sake rimane sì consumabile pur con qualche velata differenza. Proprio perché il sake è un fermentato –  nonostante, come detto sopra, alcuni risultino stabilizzati grazie alla pastorizzazione subìta- rimane pur sempre “vivo” e tende a rivitalizzarsi (ossidarsi) una volta a contatto con l’aria subendo delicate variazioni di gusto. Per intenderci, un po’ come succede ad una qualsiasi bottiglia di vino. Per non eccedere potremo dire che fino a tre, sette giorni pur allentandosi nella struttura, il sake tiene. Dopo la prima settimana, dipende dal tipo di sake.

Punto quarto: la scuola purista!
Ora, a dire il vero, i puristi riportano che il sake possa subire dei deperimenti non solo a causa dell’ossidazione, ma anche a causa delle leggere sollecitazioni e delle continue vibrazioni del frigorifero. E loro, i puristi, consigliano di finire la bottiglia il prima possibile. Quindi se vi sentite di abbracciare la libera scuola dei puristi, sappiate che una volta aperta la bottiglia dovrete finirla , ritagliando il giusto tempo e creando l’occasione per assaporare lentamente il gusto del sake!

Punto quinto: la soluzione oltranzista.

Un attento estimatore e profondo conoscitore del sake, una volta mi fece notare che il posto migliore dove tenere il sake fosse…la propria pancia. Ora, per quanto questa soluzione possa apparire oltranzista, ha in sé qualcosa di sfacciatamente arguto. In effetti se si pensa che spesso in giro si trovano bottiglie di sake esposte sugli scaffali per lungo tempo, questa potrebbe essere di certo una scelta interessante, immediata quanto relativamente economica. In fondo farebbe salvo il sake dal diventare un cimelio da esporre e lo riporterebbe al sacro mantra: il Sake va bevuto! Presto! il Sake va bevuto!

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