NOVITA’ NOVITA’ NOVITA’

Nuovo Sito in Arrivo.

Sempre aggiornati sul sake.

Il nuovo sito vuole essere un punto di  riferimento per la cultura del sake giapponese in Italia. Un OPEN SPACE dove offrire approfondimenti ed editoriali sulle novità sul sake giapponese.

Nuove sezioni per offrirvi le risposte che cercate! Non trovate la risposta alla vostra domanda? Avete perplessità o dubbi sul sake giapponese? SCRIVETECI: info@firenzesake.com Vi risponderemo con un articolo dedicato a voi!

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Chi produce il sake in Italia?

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Piantagione di riso per la produzione di nihonshu

Ho passato gli ultimi cinque anni a raccontare che cosa sia il sake giapponese. Ho avuto il piacere di incontrare ed intrattenere molte persone, in situazioni molto diverse fra loro, tutte richiamate dalla curiosità nascente intorno al sake giapponese. Ho potuto insegnare corsi WSET di primo livello, modulo didattico che insegna che cosa sia il sake e come lo si produce e lo si distingue nelle differenti tipologie. Ho organizzato degli incontri o seminari dove ho cercato di portare il pubblico italiano nel mondo del sake giapponese. Insomma, cinque appassionati anni in cui ho sempre spiegato, anzi no, “evidenziato” come il sake sia un fermentato derivante dal solo riso ed i cui ingredienti sono appunto: acqua, riso, lieviti, koji ed in alcuni casi anche una parte di alcol distillato aggiunto.

E’ stato chiaro fin dall’inizio che i fraintendimenti sul sake fossero in Italia, come all’estero, quelli “classici” ovvero che il sake sia un distillato che vada bevuto caldo a fine pasto e che provenga, a scelta vostra, o dai petali di rose o dalle patate dolci. Un po’ come se guardando un quadro di Picasso si pensasse di trovarsi difronte alle pitture rupestri di età preistorica. Quindi la scelta è stata quella di intraprendere, in modo paziente, la via dell’educazione e della ripetizione orale. Come una sorta di mantra, tutte le volte che inizio un intervento in pubblico, sintetizzo: il sake è un fermentato i cui ingredienti sono acqua riso lieviti e koji! E ripetevo… acqua riso lieviti e koji! Petita iuvant.

Devo ammettere che la situazione negli ultimi anni è migliorata. Anche se la prognosi rimane ancora riservata. Tuttavia qua e là appaiono segnali di una certa comprensione, a tratti consapevole, circa questa bevanda millenaria che per tanto tempo è stata relegata ad occupare uno spazio inadeguato quanto immeritevole tra i distillati.

E non mi stupisce che in tutto questo trambusto, mentre alcuni si prodigano a divulgare, in modo corretto e specifico, che cosa sia il vero sake giapponese, altri ne traggano un  vantaggio e, con un tempismo perfetto, offrano al pubblico italiano non già una bevanda quanto una operazione di marketing. Una operazione che potrebbe risultare esiziale in quanto va ad innestarsi in un momento in cui ancora la conoscenza sul vero sake non si è ancora consolidata e sedimentata nelle coscienze degli italiani. Un’operazione disorientante rispetto ad un modello originario che ancora non è stato codificato in modo compiuto nella percezione dei consumatori. Un volo pindarico in cui il problema non è la caduta quanto l’atterraggio.

Ad oggi, ancora tanto lavoro c’è da fare e, sopratutto, da scrivere e da divulgare in modo completo e corretto. Allo stato delle cose siamo solo ai primi passi e la maggior parte degli italiani ha, nella migliore delle ipotesi, degustato venti (trenta?) sake giapponesi. Una goccia nel mare di sake.

Da un altro punto di vista, questa operazione di marketing solleva la questione su  come la denominazione “sake”, insieme con altri prodotti tipici, sia ancora oggi carente di una normativa sovranazionale in grado di fondare quei meccanismi di tutela, tracciando così i confini per distinguere l’autentico dall’artefatto. In sostanza ci sarebbe da chiedersi in che modo la tutela di un prodotto tipico operi e quale efficacia abbia oltre i confini nazionali. Perché di questo si tratta. E questo fa riflettere tanto che, come se non bastasse, adesso la soluzione proposta sembrerebbe segnare una via diversa: dovremo cominciare a chiamarlo nihonshu. Dal 25 dicembre 2015, infatti, questa è la denominazione geografica protetta, scelta per indicare in modo inequivocabile il sake giapponese. Ni-hon-shu. Con buona pace dei consumatori italiani.

In Italia, in realtà, l’idea di produrre sake – quello fatto con riso, koji, acqua e lieviti –  sta, per così dire, “fermentando” e presto operatori attenti e consapevoli offriranno agli italiani una loro interpretazione autentica della bevanda giapponese. Anzi, verranno a crearsi partnership importanti e di confronto tra due mondi – quello nipponico e quello italiano – con risultati che saranno il frutto di sinergie e di metodi di lavoro e di storie tanto diverse quanto genuine. E solo allora potremo aprire un dibattito serio e, mi auguro,  critico e costruttivo su cosa sia il sake, quello vero. E tutto tornerà a posto.

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Prefettura di Fukui: risaia.

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Il Drago e la Tigre @ Caffè Desiderio

 

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Sulla collina fiorentina di Settignano, c’è un ristoro la cui essenza è la magia del nutrimento. Qui il cibo è inteso non già come mero strumento di sostentamento quanto piuttosto come ricerca e selezione di fine abbinamento.

Il Caffè Desiderio ha un nome che rispetta una filosofia: più che un punto di arrivo indica una tensione anzi.. una at”tensione” verso un obbiettivo che è ricerca di nuovi, eleganti percorsi culinari che portano lontano. La scelta dei vini alla carta, poi, lascia ampio spazio e può accontentare anche i più esigenti. Ogni vino ed ogni bollicina ha una storia da raccontare, chiedete pure al titolare…vi appassionerà!

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Quale posto migliore se non questo per partire con due nuovi sake artigianali, appena arrivati, per scoprirne i gusti ed i talenti?

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Akitora Junmai (in primo piano) e Hakuryu Tokubetsu Junmai.

L’abbinamento è stato, a dir poco, pirotecnico: Sushi , anzi Susci rustico Toscano. Un’invenzione geniale. Una coniugazione tra la cucina toscana e quella nipponica molto apprezzata dagli astanti.

 

Sono stati quindi scelti per la serata due sake artigianali tra loro diversi per offrire una chance comparativa agli ospiti: l’Akitora Junmai (la Tigre) e l’Hakuryu Tokubetsu Junmai (il Drago). Il primo dalla cantina Arimitsu della Prefettura di Kochi ha ricevuto una menzione speciale al Wine Challenge , evidenzia sentori di riso e koji. L’Hakuryu dalla cantina Yoshida della Prefettura di Fukui esalta profili aromatici più secchi che richiamano al burro ed al cereale e ben si presta a supportare anche il cibo toscano.

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Il Drago (Hakuryu Tokubetsu Junmai) e la Tigre (Akitora Junmai).

 

A questi abbiamo aggiunto un assaggio di un sake artigianale non pastorizzato: Wa Jukusei Nama Sake. Un sake vero in fatto di aromi e di gusti, grosso e ricco, morbido ed equilibrato. Una rarità, considerato che queste bottiglie difficilmente sopportano la traversata. Questo è un sake prezioso: va mantenuto a temperatura costante e servito freddo, freddissimo.

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Il Nama, sake crudo. Wa Jukusei Nama Sake.

 

E’ chiaro che gli avventori si sono messi in gioco ed hanno prestato il loro importante contributo ai sake proposti, aggiungendo valore all’esperienza di gusto proposta. Così come è altrettanto chiaro che proporre il sake artigianale accanto a nobili vini e millesimate bollicine poteva sembrare azzardato. Eppure tutti coloro che si sono cimentati nell’impresa proposta hanno contribuito ad un percorso personale per cui, da ora in poi , potranno dire: io l’ho provato il vero sake!

Certo da lì al dire che si siano provati tutti i gusti del sake….ci mancherebbe!…piuttosto sono stati fatti i primi passi che lasciano il segno e partono da lontano per arrivare vicini. Dal Giappone alla Toscana con amore.

Le Fonti del Sake. Breve panoramica su dove trovare informazioni sul sake giapponese nel mondo virtuale.

Kikichoko.

Kikichoko.

Quando tre anni fa decisi di voler approfondire la mia conoscenza sul sake giapponese, propriamente detto nihonshu, mi rivolsi al mezzo che ancor oggi risulta essere il primo canale di informazione mediatica: internet. Cominciai, quindi, da autodidatta, a reperire ogni informazione utile e ad organizzare le fonti suddividendole in: siti istituzionali, siti di appassionati cultori del nihonshu e profondi conoscitori della sua tradizione; siti di commercio elettronico; ed infine, siti dei produttori. D’altro canto, il grande interesse che stava – allora come oggi – sollevando il sake giapponese nel mondo e la conseguente ampia diffusione degli ultimi decenni, ha fatto sì che le fonti inizialmente in sola lingua giapponese, si moltiplicassero in lingua inglese facilitando il compito di chi, come il sottoscritto, era alle prese con un proprio percorso di apprendimento. Tanto per avere un’idea di quello di cui sto parlando, basti pensare che dai dati a nostra disposizione ad oggi si può notare che nei soli Stati Uniti d’America il nihonshu ha goduto di un aumento dei consumi esponenziale passando dai due milioni e mezzo di litri nel 2004 a circa il doppio in soli quattro anni. Allo stesso modo si è assistito ad una rapida diffusione nel sud est asiatico (Taiwan, Korea, Honk Kong e Cina) ed un certo, graduale, interessamento da parte di alcuni paesi europei (prima fra tutti l’Inghilterra, con Londra, e l’Olanda, la Francia e la Germania a seguire). Ed è proprio sulla scia di questi sviluppi che alcuni siti istituzionali giapponesi si sono opportunamente dotati di versioni in lingua inglese. Tra le istituzioni – e per gli appassionati di cifre e statistiche –  bisogna senz’altro riferirsi al National Tax Agency (www.nta.go.jp) che si occupa di redigere annualmente i rapporti relativi al consumo del nihonshu in Giappone e le esportazioni verso paesi terzi. Dal maggio del 1904, poi, in supporto al Ministero delle finanze prima, ed oggi alla National Tax Agency, troviamo il National Research Institute of Brewing (www.nrib.go.jp/English/). Questa autorità non solo svolge una importante attività di ricerca e monitoraggio sulla produzione di bevande alcoliche al fine di poter supportare l’agenzia nella raccolta delle informazioni per una corretta tassazione, ma sviluppa anche una altrettanto precisa e puntuale attività di analisi e di controllo sulle bevande alcoliche presenti sul mercato nipponico.

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Sul versante delle associazioni, la prima da prendere in considerazione è certamente l’Associazione Nazionale dei produttori di sake giapponese e shochu (www.japansake.or.jp/sake/english/). Quest’ultima, tra l’altro, ha da settembre del 2014 ampliato una sezione molto interessante in cui è possibile consultare un vero e proprio manuale in diverse lingue (tra cui anche l’italiano!). Segno evidente e tangibile conferma del momento positivo che oggi sta vivendo il sake giapponese nel mondo.  Grazie al contributo del Consiglio dell’Associazione Nazionale di giovani produttori di sake si è, poi, costituito nel 2004 un comitato, con l’emblematico nome di Sake Samurai (http://www.sakesamurai.jp/ e http://www.sakesamurai.co.uk/), che si prefigge di salvaguardare e promuovere l’autentica tradizione e la vera cultura del nihonshu e del cibo giapponese nel mondo. Dal 2009, poi, si trova il sito del Sake Service Institute International (http://ssi-w.com/ssiintl_english/) che si propone, tra le attività principali, di analizzare i mercati esteri per promuovere la cultura del nihonshu e dello shochu giapponese nel mondo e di organizzare i corsi ufficiali per diventare kikisakeshi, ovvero sake sommelier.

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Courtesy of Wakutsuru shuzo

Lasciando le istituzioni e rivolgendo l’attenzione ai singoli privati che hanno abbracciato la missione di diffondere la conoscenza del sake giapponese e che negli anni si sono contraddistinti per dedizione, passione e precisione, primo fra tutti, bisogna senz’altro citare John Gauntner. I suoi libri come il sito ufficiale sono fonti inesauribili di informazioni e tracciano una storia appassionata che dura da almeno un ventennio. Lo troviamo nel sito ufficiale (http://sake-world.com/) e nel sito a cui collabora come fondatore e vice presidente (http://www.esake.com/). Sempre nell’ambito di formazione-informazione non possiamo esimerci dal citare il sake samurai francese Sylvian Huet, autore del blog La Passion du Sake e fondatore dell’Academie du Sake. E, dall’altra parte della manica, dal 2014 troviamo il Museum of Sake della giovane sake sommelier e curatrice per il WSET, Natsuki Kikuya   sempre impegnata nel promuovere il nihonshu in Inghilterra ed in Europa. In questa rapida carrellata dobbiamo includere almeno altre due inquadrature. Una la dedichiamo al Canada che vede in Michael Tremblay (Sake Fuse) un attento sostenitore del nihonshu sviluppando il suo lavoro tra Toronto e Calgari. L’altra all’ottimo lavoro di promozione ed approfondimento che in Italia Marco Massarotto, fondatore dell’associazione culturale La Via del Sake , sta portando avanti da diversi anni. Tornando oltre oceano, infine, non possiamo dimenticare anche i siti di  due giovani bloggers dall’Australia, Slava Beliakova con il suo Sake Guide e Julian Houseman con prima Sake Australia ed ora Sake Advocate Tutt’altro approccio, molto stimolante nell’ottica di una prima formazione sul campo, è quello dato da Will Auld nel sito Home Brew Sake su cosa sia il sake giapponese in termini di ingredienti, le sue proprietà organolettiche e su come fare a produrlo. Il sito nasce con l’unico scopo, dichiarato dall’autore, di voler spiegare come ognuno possa arrivare a produrre il nihonshu in modo artigianale, casalingo, proprio come accade per la birra.

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Courtesy of Wakutsuru shuzo

Nei siti che offrono la possibilità di acquistare online il nihonshu e che si sono adoperati per educare ad un uso e consumo consapevole, sono da tenere bene in mente sicuramente i due sake samurai americani, Beau Timken con lo storico True Sake America’s Premier Sake Store e Timothy Sullivan con il relativamente più recente UrbanSake. A questi si aggiunge un altro vero estimatore ovvero Marc Smookler che con il suo team ha organizzato il Sake Social, sito molto interessante e ricco di informazioni anche nel blog collegato. Per concludere, vediamo i produttori di nihonshu che non sono stati certo a guardare e si sono prodigati per corredare i propri siti di informazioni utili ad un primo orientamento per chi volesse avvicinarsi o informarsi su cosa sia e da dove provenga questa bevanda tradizionale giapponese. E allora, bisogna senz’altro ricordare Ozeki piuttosto che Gekkeikan, ed anche KikusuiMasumi, Kiku-Masamune, Hakushika solo per fare qualche esempio. Quanto detto finora, non ha certo la pretesa di esaurire tutte le fonti sul sake giapponese. Qui si ha solo l’intenzione di tracciare una mappa ideale per chi volesse cominciare ad intraprendere un percorso di apprendimento nel vasto e millenario mondo del sake giapponese. E magari darvi le coordinate per seguire gli sviluppi e le dinamiche attuali di questa bevanda così vitale!

Courtesy of Tomita Shuzo

Courtesy of Tomita Shuzo

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Milano Sake Festival

Milano Sake Festival

Milano Sake Festival

Di ritorno dal primo festival italiano del sake giapponese non si può che attendere con trepidazione la prossima edizione!! Arrivati a Milano con molte aspettative, direi che tutte hanno trovato la giusta soddisfazione. Innanzitutto, la selezione accurata di produttori e distributori di premium sake permetteva di appagare anche il gusto più esigente. Ad accompagnare, poi, la degustazione e la presentazione dei sake c’erano profondi conoscitori e straordinari estimatori della storia del nihonshu che con il loro entusiasmo e la loro passione caricavano l’assaggio con note di vita vissuta. Gli incontri del sabato pomeriggio completavano il quadro con informazioni dettagliate di chi negli anni passati ha aperto la strada per la diffusione del sake giapponese in Europa con la forza della propria individuale motivazione. Insomma, ce n’era per accontentare tutti dal semplice neofita all’intenditore, con una ritmica che, grazie all’occhio attento dell’organizzazione, si è sempre mantenuta su livelli interessanti. Questo per quanto riguarda l’atmosfera generale. Di sicuro, tra i miei ricordi farò tesoro degli edificanti incontri con Dominique Grandmenge (www.masumi.co.jp) , Åke Nordgren (www.akebono.se) e Yoshiko Ueno Müller (www.japan-gourmet.com). Chiudo con quello che potrebbe essere stato il motto più o meno latente di tutto il festival: Open mind!